ARCA e il Catarratto: il ritorno dell’identità nel cuore del vino siciliano

le sei aziende unite per valorizzare il Catarratto Autentico

Nel panorama vitivinicolo siciliano sta emergendo con sempre maggiore forza un progetto che non si limita alla produzione di vino, ma ambisce a ridefinire il modo stesso in cui la Sicilia si racconta attraverso le sue uve. È il lavoro di ARCA – Associazione Regionale del Catarratto Autentico, un’alleanza tra sei aziende familiari che hanno scelto di puntare sul Catarratto non solo come vitigno, ma come chiave di lettura culturale ed economica dell’isola. L’associazione nasce da un’intuizione maturata nel tempo da Sebastiano Di Bella, oggi presidente di ARCA e produttore, che racconta un percorso intrecciato tra esperienza privata e ruolo istituzionale: «Avevo avuto anche un ruolo pubblico nel mondo del vino, come presidente dell’Istituto regionale del vino e dell’olio – spiega in quegli anni ho potuto conoscere da vicino il sistema vitivinicolo siciliano, le sue potenzialità e le sue criticità”.

Sebastiano Di Bella degusta un Catarratto

Da un lato l’osservazione diretta in cantina, dall’altro la visione complessiva del settore: è da questa doppia prospettiva che nasce l’idea di lavorare sul Catarratto. Un vitigno che Di Bella definisce da subito “centrale”, sia per diffusione sia per potenzialità: circa 30 mila ettari in Sicilia, contro i circa 90 mila di qualche decennio fa: “Mi rendevo conto che il Catarratto era un’uva estremamente interessante, capace di dare vini freschi, eleganti, delicati, con profumi che vanno dal floreale fino alla frutta tropicale e, in alcune interpretazioni, persino speziate”, racconta. A questa intuizione produttiva si affianca una riflessione più ampia sul sistema vino Sicilia: “Il vino siciliano, fuori dall’isola, ha ancora numeri modesti rispetto al suo potenziale. Una risposta può arrivare proprio dal Catarratto: è molto coltivato, quindi può avere numeri importanti, ma è anche estremamente versatile, capace di dare sia vini da consumo immediato sia vini da invecchiamento”, sottolinea Di Bella.

La svolta arriva con l’incontro con l’enologo Tonino Guzzo, figura chiave nella storia del progetto e dell’enologia moderna siciliana, descritto come un conoscitore appassionato del vitigno: “Gli proposi di creare un’associazione di produttori per valorizzare il Catarratto. Accettò con entusiasmo. Da lì è nata ARCA”, racconta Di Bella, ricordando la fase di avvio del progetto e la successiva formalizzazione del gruppo di lavoro. ARCA si struttura così come un’alleanza tra sei aziende – Bagliesi, Caruso & Minini, Castellucci Miano, Di Bella, Feudo Disisa e Tenute Lombardo – accomunate da una visione precisa: riportare il Catarratto al centro della narrazione siciliana del vino, puntando su identità, territorialità e riconoscibilità.

Piero Piazza e Tonino Guzzo in mezzo a un vigneto di Catarratto

Il progetto si fonda su un principio chiave: la difesa del Catarratto “in purezza”. In un contesto in cui il mercato premia spesso i blend, anche con uve aromatiche, ARCA rivendica una scelta diversa: “Il problema è tecnico ed economico insieme – spiega Di Bella – se perdi l’identità, perdi riconoscibilità. E senza riconoscibilità, nel tempo, non crei valore. Un Riesling, un Barolo o una Borgogna evocano subito un’aspettativa precisa. Il vino siciliano invece è spesso indistinto. Il Catarratto può cambiare questo paradigma».

Accanto all’identità varietale, un altro pilastro del progetto è il legame con i territori “vocati”. Le aziende di ARCA operano in aree differenti della Sicilia occidentale e centrale: dalle colline del Monrealese alle zone del Belice, fino alle aree interne del Nisseno e del Trapanese: “Il Catarratto deve nascere in territori vocati – continua il presidente di ARCA – non è un’uva che si esprime ovunque allo stesso modo: ogni suolo ne interpreta diversamente il carattere”. Il lavoro di ARCA si è tradotto negli ultimi anni in una serie di degustazioni e presentazioni in Sicilia e fuori dall’isola, con un tour che ha coinvolto circa dieci città. Un’esperienza che ha prodotto una reazione ricorrente: la sorpresa: “Molti non conoscevano il Catarratto o lo conoscevano poco – racconta Di Bella – La scoperta più grande è stata vedere come in Sicilia si possano produrre vini così freschi, delicati e moderni, lontani dall’immaginario tradizionale del vino siciliano pesante o alcolico”.

Tra le tappe del percorso recente anche la Festa del Catarratto a Santa Cristina Gela, momento conclusivo di questo primo ciclo di promozione. L’evento ha riunito produttori, stampa specializzata e operatori del settore: un’occasione non solo tecnica, ma anche culturale, che ha coinvolto il territorio arbëreshë e le sue produzioni gastronomiche. Ma il cuore del progetto ARCA va oltre gli eventi. È una visione di lungo periodo che mira a ridefinire la posizione del vino siciliano nel mercato globale: “La nostra idea è una Sicilia diversa – afferma Di Bella – Non una Sicilia che insegue le quantità o le mode, ma una Sicilia che scommette sulla propria identità. Il Catarratto è l’uva più siciliana che abbiamo: probabilmente la più antica e sicuramente la più versatile”.

I partecipanti assaggiano i Catarratto delle sei aziende associate in un ambiente che unisce cultura del vino e patrimonio architettonico siciliano

Le ipotesi sulle origini del vitigno restano aperte: le prime citazioni risalgono al Cinquecento, ma secondo alcune interpretazioni genetiche potrebbe trattarsi di una varietà stratificata nei secoli, con numerose “popolazioni” adattate ai diversi territori. Oggi il Catarratto si presenta come un vitigno dalle molte possibilità: vini fermi, spumanti, macerati, interpretazioni più strutturate o più immediate. Una versatilità che, secondo ARCA, non deve diventare dispersione stilistica ma al contrario rafforzare un’identità riconoscibile. Il punto centrale resta infatti uno: trasformare il Catarratto da uva “comune” a simbolo di valore. Perché, come sintetizza Di Bella, «senza identità non c’è riconoscibilità, e senza riconoscibilità non si costruisce valore nel tempo. È questo il vero salto che il vino siciliano deve fare».

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